Con frequenza crescente arrivano ad occupare il mercato prodotti nanotecnologici, basati, cioè, sulle proprietà straordinarie delle nanoparticelle ingegnerizzate. Un problema tanto importante quanto trascurato di quei materiali è quanto accadrà una volta che saranno diventati rifiuto e le particelle cui questi saranno ridotti saranno liberate nell’ambiente.
Nanodiagnostics è capace di prevedere scientificamente le conseguenze di quel fine vita, mettendo le aziende del settore in condizione di evitare errori di progettazione e offrendo ai legislatori dati oggettivi su cui legiferare.

Le nanoparticelle possiedono caratteristiche che le differenziano nettamente sia dai macro-oggetti sia da atomi e molecole. Queste caratteristiche possono essere sfruttabili per migliorare certe prestazioni di un buon numero di prodotti di uso comune e, a questo fine, esistono numerosi laboratori in tutto il mondo che producono particelle “ingegnerizzate”, cioè fabbricate appositamente con forma, dimensione e costituzione chimica studiata per ottenere le caratteristiche desiderate.
Mancando ogni regola legale in proposito, queste particelle possono venire allora aggiunte a prodotti comuni come certi rivestimenti di cioccolata per evitare che da essi si separino antiestetiche strisce biancastre che altro non sono se non innocue tracce di burro di cacao. È un dato di fatto che queste polveri, se considerate dal punto di vista di possibili induttori di malattie, non si differenziano da quelle prodotte come effetto collaterale dall’inquinamento prodotto dal traffico, dall’incenerimento dei rifiuti, dalle fonderie, dalle centrali elettriche a carbone o ad oli pesanti, ecc.
Ma particelle che condividono i rischi di quelle di cui si è detto sono addizionate pure a dentifrici e saponi. Le prime sono parzialmente ingerite ad ogni lavaggio dei denti, mentre le seconde finiscono necessariamente nell’impianto fognario e, da lì, prima o poi, ai corsi e ai giacimenti d’acqua, inquinandoli.
Stessa, ma ben più consistente sorte tocca alle nanoparticelle d’argento prodotte da certe lavatrici e, in misura minore, dall’argento aggiunto per evitare cattivi odori ai filati di diversi indumenti, specie per uso sportivo.
Non mancano neppure condizionatori d’aria che, per deodorare una stanza, emettono le stesse particelle.
Parti di ricambio per automobili e altri mezzi di trasporto, attrezzi sportivi, smalti e non pochi prodotti per edilizia, carburanti e lubrificanti, batterie sono alcune delle classi di prodotti in cui l’impiego di nanoparticelle ingegnerizzate si fa via via più diffuso. I produttori che ne dichiarano l’impiego - e non sono la totalità - ne sottolineano le proprietà positive, proprietà che senza dubbio esistono. Mai, però, vengono messi in luce i pericoli, anche gravi, che si manifestano specie a fine vita dei prodotti quando questi finiscono in discarica o inceneriti. Per questo è indispensabile che gli utilizzatori di quelle merci siano al corrente di ciò che fa parte del prodotto che acquistano e delle precauzioni eventualmente da prendere. Così come è indispensabile che i produttori non facciano finta di niente, rischiando, poi, conseguenze deleterie sia dal punto di vista ecologico sia da quello sanitario sia da quello del business. Esempi di prodotti sui quali si è preteso di non considerare i rischi connessi alla loro produzione e al loro uso sono numerosi, dall’amianto ai gas dei condizionatori d’aria e delle bombolette spray (clorofluoro carburi), da certi additivi della benzina (piombo tetraetile) a non pochi dolcificanti e coloranti alimentari. Dunque, un uso cosciente e accuratamente sperimentato anche negli aspetti sanitari di quelle particelle rappresenta non solo una difesa per tutti ma anche una precauzione per chi intende fare business onesto e durevole.