La Medicina elenca tra le 6.500 e le 10.000 malattie per le quali non riesce a trovare un’origine e per le quali non ha terapie disponibili. È indubbio che una parte consistente di esse non esisteva in passato e che l’inquinamento dell’ambiente recita un ruolo importante nel loro insorgere e nel loro svolgimento. In diversi casi i patogeni responsabili sono particelle solide, inorganiche e non biodegradabili che, inesistenti un tempo, ora sono massicciamente presenti nell’ambiente. Individuarle nel paziente costituisce il primo passo indispensabile verso una mitigazione della malattia quando non verso la sua guarigione.

L’Uomo è un essere biologicamente adattabile, ma, per adattarsi, ha quasi sempre bisogno del tempo di parecchie generazioni, però ci sono situazioni in cui l’adattamento è di fatto impossibile. Viviamo in un ambiente sempre più inquinato da molecole nuove, da polveri che non sono mai esistite in natura prima  e  ora anche da nanoparticelle grazie ai prodotti nanotecnologici.

Queste particelle sono solide, inorganiche e non biodegradabili ma che hanno una capacità invasiva nel corpo umano e animale incredibilmente efficiente. Quando sono entrate difficilmente possono essere eliminate dall’organismo, che reagisce nei loro confronti in una maniera talmente violenta da danneggiare a volte in modo gravissimo se stesso. Il nuovo aspetto è che chimiche nuove possono instaurare nuovi legami con proteine o corpuscoli del sangue oppure essere soggette ad  un'attrazione selettiva  da parte di tessuti o ghiandole. L’identificazione di particelle estranee in questi contesto biologico può significare un approccio innovativo e personalizzato alla patologia ed eventualmente ad una sua risoluzione.

Oggi sono migliaia le malattie un tempo sconosciute ma ora presenti tra la popolazione davanti alle quali la Medicina si arrende o, più spesso, non inizia neppure a combattere. E le ragioni di questo atteggiamento sono diverse. La principale è la rarità di quelle patologie, una rarità che le rende ben poco appetibili dal punto di vista commerciale: l’industria farmaceutica dovrebbe sostenere ricerche che possono essere lunghe e che non potranno non essere costose per poi mettere a punto un farmaco o una tecnica terapeutica che si ritroverà necessariamente una clientela talmente esigua da non ripagare se non in minima parte le spese sostenute. Questo sempre che, comunque, a un farmaco o ad una tecnica si arrivi.

Se le malattie sono nuove è evidente che nuovo sia ciò che le ha scatenate e, nella nostra esperienza, quella novità può essere almeno in parte costituita dalle polveri sottili ed ultrasottili.

La nostra scoperta delle nanopatologie nasce proprio da un caso che pareva insolubile: un soggetto che da otto anni e mezzo soffriva di febbri intermittenti e di una compromissione che pareva irreversibile di fegato e reni restando senza diagnosi e, di conseguenza, senza una terapia efficace. Fu accorgersi che tutto originava da una doppia protesi dentaria che il soggetto, consumandola perché malfatta, ingeriva sotto forma di particelle a risolvere il caso.

Ma di situazioni patologiche senza diagnosi e, per questo, senza cura ne abbiamo risolte diverse. Tra gli esempi una vasculite di cui non si trovava la causa e un caso di Morgellons. Con molta probabilità anche non pochi casi di sensibilità chimica multipla potrebbero trovare una spiegazione riguardo l’origine scatenante e, forse, una terapia idonea.

Altre patologie come la crioglobulinemia hanno trovato una spiegazione nella identificazione di corpi estranei  legati a proteine del sangue.

Nel caso di leucemie (studio in corso) particelle submicroscopiche sono legate anche ai globuli rossi e al plasma. Questo significa che una “filtrazione” opportuna del sangue potrebbe ristabilire lo stato di salute o diminuire la sintomatologia. Ovviamente si dovrebbe allo stesso tempo eliminare ogni possibile esposizione ad inquinanti micro- e nanodimensionati.

Un’analisi del sangue eseguita con i criteri dell’indagine nanopatologica potrebbe fornire informazioni decisive.